Uscendo dal Whitney Museum

Dopo Scrim Veil-Black Rectangle-Natural Light (vedi il post del 21 luglio), appena sei fuori dal museo, il mondo lo vedi attraverso un reticolo di linee perpendicolari. È una schacchiera mutevole a seconda degli oggetti o della tua posizione, con le cose scivolano da una casella all’altra man mano che ti sposti e cambi prospettiva.

Si tratti dei tavolini di McDonalds, degli angoli dei marciapiedi o delle file di finestre sulle facciate dei palazzi, ogni cosa finisce al suo posto.

Allora pensi che per Robert Irwin sia andata al contrario. Deve aver deciso di sintetizzare in un’opera d’arte l’esperienza di vivere dentro un mondo a celle rettangolari.

fullinterstatemap-web.jpg

 È stato un gesto tipicamente americano. Dalla pianta stradale delle città alla carta geografica della nazione, gli Stati Uniti sono un paese senza curve. L’hanno progettato come se la natura non esistesse. Basta dare un’occhiata alla mappa delle Interstate, le autostrade federali costruite negli anni 50 del Novecento durante la presidenza Eishenower, dove la generale quadratura del mondo è rotta solo dall’eccezione di qualche linea diagonale.


150px-Office_in_a_small_city_hopper_1953.jpg

Per fare un altro esempio, a guardare i quadri di Edward Hopper, viene da pensare che li abbia dipinti uno che pativa la prigionia dell’angolo retto. O forse, al contrario, era lui che costruiva carceri cartesiane dove rinchiudere le forme sinuose del corpo della donna.

 

images-1.jpg

Invece Steve Job (uso questo nome per indicare, nella sua forma pubblica, il cervello collettivo dei progettisti della Apple), un americano che è riuscito a immaginarsi un computer ad angoli arrotondati, allora qui hanno ragione a credere che sia stato un genio della forza di Leonardo.

L’arte concettuale vale perché innesta un processo di riflessione sulla storia del mondo, vista come sequenza, appunto, di concetti. Se sei un europeo ed esci da Scrim Veil, dopo un po’ che ti godi la scacchiera di Manhattan, vai per forza a pensare al paesaggio del tuo continente, al Medio Evo, alla strada che non squadra il territorio ma vi aderisce.

Però è evidente che dopo qualche giorno ti passa e torni a muoverti fra i vari rettangolini della tua vita senza farci più caso. Te ne rimane dentro la consapevolezza, ma smetti di pensarci.

Ma come farà chi dentro Scrim Veil ci deve vivere tutto il giorno per due mesi di seguito? Un custode del museo, sempre lì a stare attento che i visitatori si comportino bene, che nessuno gridi di claustrofobia, si appenda al velo o si sdrai per terra ad ammirarne un’inconsueta prospettiva, come si sentirà la sera, tornando a casa? Dopo otto ore a vedere rettangoli sdoppiarsi e dimezzarsi, le cose disfarsi dietro un velo e una mannaia nera affettare il mondo, una volta in cucina, resterà incantato a fissare i cassetti della credenza, il profilo del tavolo e i quadrati delle sedie tutt’intorno? O invece cercherà  un po’ di sollievo nel fondo di una lattina di coca-cola, nel cerchio di un tegame o nel manico curvo di una tazzina?

Non so se ci sono studi scientifici in proposito, o più in generale sull’alienazione e le malattie professionali da lavoro salariato in ambiente artistico. Ma è sempre giusto tener presente che il piacere di uno molte volte nasconde il dolore dell’altro.

Questa riflessione la faccio ogni volta che entro in una bottega di stoccafisso.

È il mio piatto preferito e sempre ringrazio i miei, cattolici praticanti, abituati, specialmente d’inverno, a osservare il venerdì di magro mettendolo in tavola con contorno di patate.

Ma l’odore dello stocco è tremendo. Non si tratta di un vero e proprio fetore, chiaramente disgustoso, ma di un’essenza pungente che penetra nelle molecole dell’aria e le fa sue: un deodorante al contrario, un odorante. Come faranno a toglierselo dalla pelle quelli che ci vivono dentro, padroni e salariati dell’industria dello stoccafisso?

Ecco, per chi lavora nei musei, dev’essere lo stesso: l‘odore dell’arte, ad avercelo fra la camicia e l’epidermide, invece che respirarlo per un paio d’ore, al massimo, come facciamo noi visitatori, viene da non uscire più dalla doccia solo per smettere di sentirselo addosso.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Uscendo dal Whitney Museumultima modifica: 2013-08-05T19:31:00+02:00da mcodebo
Reposta per primo quest’articolo
Questa voce è stata pubblicata in Senza categoria. Contrassegna il permalink.