Una visita al Whitney Museum

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Scrim Veil —Black Rectangle — Natural Light è un’installazione di Robert Irwin, che dal 27 giugno al 1 settembre è esposta al Whitney Museum di New York.

Si sale in ascensore al quarto piano e ci si entra dentro. Si tratta dell’intera sala, un rettangolo lungo trenta metri, largo venti e alto cinque. Il pavimento è di ardesia nera, il soffitto a cassettoni è marrone scuro, le pareti sono bianche. La luce arriva da un finestrone che si apre su uno dei lati corti.

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L’intera stanza è tagliata in due, nel senso della lunghezza, da un velo in poliestere semitrasparente che dal soffitto scende fino all’altezza di un po’ meno di due metri dal suolo.

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Il bordo inferiore del velo, una decina di centimetri, è in tessuto nero.

Alla stessa altezza da terra, sulle quattro pareti della sala, è stata dipinta una striscia nera alta quanto quella che corre lungo il fondo del velo.

Se un osservatore alto come me (uno e ottanta), o forse come Irwin, si sistema su uno dei lati lunghi della stanza in modo da gettare lo sguardo verso l’interno, allora basta che pieghi o distenda un po’ le ginocchia per modificare l’allineamento fra il bordo nero del poliestere e quello dipinto sui muri .

Quando gli occhi di chi guarda, la striscia del fondo del velo e quella sulle pareti si trovano sullo stesso piano la sala si dimezza di colpo e diventa impossibile capire se il velo scenda dall’alto verso il basso oppure corra in avanti. Nella generale semitrasparenza l’intero ambiente è ricoperto da una specie di garza.

3.jpgSe invece ci si sistema su uno dei lati corti, proprio ad un estremo della cortina in polyestere, e guarda la stanza, vede una gigantesca mannaia affettare in due lo spazio.

Ma basta fare un passo laterale e la stanza si trasforma in un rettangolo allungato che pare una striscia tanta è la sua inaspetta4.jpgta profondità.

 Se questa mossa uno la fa lungo la parete fronteggiata in fondo dalla finestra, vede tutto lo spazio risucchiato via verso la fonte luminosa, che non sembra dare luce ma assorbirla.

Lavorando con tre soli elementi (il velo, il rettangolo e la luce del titolo) Irwin ci fa pensare a quanti spazi siano possibili all’interno del gioco delle tre dimensioni. È un ventaglio di opportunità che nel quotidiano ci sfugge, perché degli ambienti in cui ci muoviamo diamo per scontate sia la forma sia la maniera di interagire con noi.

Queste aperture si rivelano ancora più ricche se uno pensa che la sala di “Scrim Veil” non è vuota come finora l’ho presentata: è riempita dagli altri visitatori, che spontandosi nella sala la picchiettano con la loro presenza. Sia che scappi via in avanti sia che venga avvolto da un velo, lo spazio, ogni volta che incontra una sagoma umana,  ci si rapprende attorno. Dal momento che queste operazioni avvengono nel tempo, le dimensioni in gioco sono in realtà quattro.

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Se artista è chi possiede una percezione della realtà diversa da quella che regna negli spazi quotidiani, l’installazione di Robert Irwin ci regala un’esperienza dell’arte dal punto di vista di chi la crea. È come se per dieci minuti ci ritrovassimo nella posizione di Michelangelo, quando pensava allo spazio del cielo infinito e all’incontro del dito di Dio con quello di Adamo.

Ma se ci rendiamo conto di come si sia noi visitatori di “Scrim Veil” a modificare lo spazio dell’opera per gli altri osservatori, la faccenda si fa vertiginosa: diventiamo una specie di Adamo che mentre gli altri (Michelangelo e il pubblico che giù in basso affolla la Cappella Sistina) lo osservano, può lanciare lo sguardo verso Dio, Eva e gli angeli del Paradiso.

Forse è perché dà le vertigini che a Scrim Veil — Black Rectangle — Natural Light è permesso di durare così poco. Esposta per tre mesi nel 1977, è tornata al mondo soltanto quest’anno, ma sol per due mesi. Di fronte alla permanenza degli affreschi di Michelangelo l’arte concettuale deve restare evanescenza.

 

 

 

 

 

 

 



 

 

 

 

 

 

Una visita al Whitney Museumultima modifica: 2013-07-21T19:04:00+02:00da mcodebo
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