Louise

Louise ha cinquantasette anni ed è nata ad Haiti. È arrivata qui quand’era giovane, negli anni ottanta. Fa l’infermiera, ha due figli e un marito moreno y guapo. Dice così perché sta facendo l’esame orale che conclude il suo corso di spagnolo. Poi mi racconta dei due figli che vanno all’università, uno in Michigan e l’altro in Maryland, e della madre ottantenne che vive con lei.

Man mano che risponde alle mie domande mi rendo conto che sta facendo una performance straordinaria. Non sbaglia né un verbo né una concordanza, ha un discreto vocabolario e regge la conversazione senza bisogno di aiuto. Tutto questo dopo solo dodici lezioni, il mercoledì sera dalle cinque e tre quarti alle otto, in mezzo a compagni di classe abbastanza dementi e con un insegnante non di madre lingua.

L’argomento contro l’uguaglianza è che deprime la voglia di darsi da fare perché elimina la possibilità stessa di migliorare la propria condizione.

Ma l’ineguaglianza, soprattutto nella forma estrema con cui si è affermata nel nostro tempo, mortifica il talento. Costringe potenziali geni, come questa donna qui che adesso si è messa ad azzeccare anche gli accenti, a impiegare tutte le loro capacità   per salire il primo scalino, il più difficile, quello che ti fa uscire dalla miseria. Ma se all’università avesse potuto andarci a vent’anni, Louise la sua intelligenza l’avrebbe messa al servizio di qualcosa di grande. Con guadagno della società, mica solo suo.

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Padri e figli

Il link qua sotto porta a uno spot pubblicitario realizzato da Carta Visa per il mercato brasiliano:

http://video.repubblica.it/dossier/brasile-2014-mondiali-calcio/mondiali-2014-nello-spot-c-e-paolo-rossi-incubo-dei-brasiliani/149103/147612?ref=HRESS-10

Lo spot gioca sulla memoria dei mondiali di Spagna, quando l’Italia eliminò il Brasile che era il grande favorito del torneo. I tre goal degli azzuri li segnò Paolo Rossi, quello stesso che, appesantito e incanutito, è il cliente del barbiere nel video.

Anni fa, un amico brasiliano mi disse che il Brasile di quell’anno era fortissimo ma se encontrou com Paolo Rossi. Nella memoria dei brasiliani la sconfitta dell’82 si spiega solo così, senza che c’entrino i difetti della squadra, gravi in difesa e gravissimi nel portiere.

Tutto questo per spiegare che il barbiere non si ritrova in negozio un semplice avversario ma un inviato del destino, una specie di incarnazione del male.

Trovo lo spot splendido; non tanto per il confronto fra il  barbiere e Paolo Rossi, che è divertente ma abbastanza scontato, non poteva certo sgozzarlo, ma per il ricordo di quello che era successo nel negozio al tempo dei mondiali di Spagna. Nelle occhiate che si scambiano il barbiere bambino e suo padre c’è un denso va e vieni, col padre che vorrebbe proteggere il figlio, al terzo goal di Rossi ha capito che è finita e vorrebbe evitargli il dolore, ma che nello stesso tempo tradisce la propria fragilità davanti ad un evento che lo lascia impotente. Il barbiere bambino non guarda la partita ma la vede attraverso la disperazione del padre. Tutto questo spiega i suoi pensieri di vendetta trentadue anni dopo e e dà ancor più valore alle parole con cui fa pace con Rossi: volte sempre Paulinho [torna quando vuoi Paolo].

Ora la domanda è questa: ma come hanno fatto il regista e gli attori di questo spot a sintetizzare in venti secondi un groviglio di sentimenti e pulsioni che ha occupato tutto il Novecento? su cui si sono costruite teorie, scritti  centinaia di romanzi e girati decine di film? Mi faccio la domanda perché questo video è un prodotto commerciale per definizione, creato per far sottoscrivere una carta di credito.

Direi che non ho risposta. O meglio, quella che avrei, l’indipendenza dell’artista non è per niente un fattore decisivo nella produzione della bellezza, mi sgomenta un po’. Quindi adesso lo scrivo qui, poi ci penso su.

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Questo posto mi sembra di conoscerlo

Da dove abito io, per andare a prendere il ponte di Williamsburgh, bisogna attraversare Long Island City. È un quartiere sulla sponda sinistra dell’East River, anche se l’abitato è un po’ all’interno e l’acqua non si vede. La strada che faccio in bicicletta è un lungo rettilineo, qualcosa come un miglio o giù di lì, appena appena in salita.

Ogni duecento metri si incrocia una perpendicolare, ogni quattro incroci si passa sotto un semaforo. È una zona tranquilla, ma non morta. C’è gente sui marciapiedi e un discreto commercio nei soliti negozi che si incontrano dappertutto: lavanderie automatiche, farmacie, ristoranti italiani e venditori di tacos.

 A un certo punto la strada si fa più ripida per superare una duna. Quando ci si arriva sotto, il cambio di pendenza avvicina la linea dell’orizzonte in modo che quello che si trova al di là del sobbalzo non lo si vede più.

Sulla destra, vicino all’ultimo incrocio prima del dosso, si vede una birreria, con i tavolini di legno e un signore che legge il giornale. Dalla parte opposta, in un negozio di frutta e verdura, una signora piuttosto anziana spinge un carrello della spesa con le rotelline, praticissimo per chi ha una certa età.

Sempre a sinistra, ma una decina di metri più avanti, sul filo della cresta, una chiesa di mattoni rosso scuri. Il tetto è dello stesso colore, con le pareti inclinate che sul davanti formano un angolo piuttosto acuto. Dal vertice di quest’angolo si alza un campanile, dell’identico materiale delle pareti fino alla guglia, che è di zinco chiaro ed è molto appuntita, slanciata e più alta, in proporzione, di quelle che si trovano nelle chiese romaniche delle nostre parti.

La prima volta che sono passato di lì, alla fine di maggio, ho alzato la testa e ho detto “Ah!”. Vuol dire che non mi sono meravigliato di trovarmi lì: in quel caso avrei detto “Oh!”.

Invece ho fatto “Ah!” perché quel posto lì l’avevo riconosciuto. Come quando vedi un amico da qualche parte e gli dici “Ah sei qui!” Quindi, se è vero che un po’ ti stupisci, non lo fai per aver incontrato qualcosa di sconosciuto, ma per il contrario.

Dopo quella volta, mi era rimasta della confusione in testa perché non avevo capito cos’è che avevo riconosciuto di preciso, tenendo anche conto che io in quel posto là prima non c’ero mai stato assolutamente. Non potevo, insomma, essermi sbagliato per una caduta della memoria. Poi per tre mesi non ci sono più passato e me lo sono dimenticato.

All’inizio di settembre mi sono iscritto a un corso serale di tedesco a NYU, tutti i martedì dalle 6 alle 8 e mezza. La strada che faccio passa da Long Island City e sale in cima alla collinetta con la birreria, il signore che legge il giornale, la donna anziana col carrellino e la chiesa rosso scura dal gran campanile slanciato.

La prima volta che ci sono ripassato l’ho di nuovo riconosciuto. E così anche la seconda e tutte le altre che sono venute dopo fino a martedì scorso compreso. Sempre la stessa sensazione senza nessun progresso.

Pensa e ripensa, credo di aver trovato la soluzione.

Non sono io che riconosco quel posto là: mai, in vita mia, sono stato in un luogo che gli somigliasse anche minimamente. Infatti passo di lì, lo riconosco, ma non mi viene da fare nessuno sforzo di memoria per ricordarmi dov’è che c’ero già stato e che doveva esser per lo meno somigliante alla strada di Long Island City con la chiesa in cima.

Non si può nemmeno dire che quella zona sia costruita in modo da evocare ricordi, così in generale. È un quartiere qualunque, di una modernità tipo IKEA, senza nessuna profondità all’indietro.

Allora l’unica spiegazione è che la strada col dosso, la chiesa, la birreria e il fruttivendolo, sono già stati. Sono fatti di materiali di ritorno: il riconoscimento, non è che glielo porto io quando arrivo in bici, sono loro che ce l’hanno già dentro, impastato con lo zinco del campanile e i mattoni della chiesa. Quel posto è riconosciuto. Come di un altro si dice, al contrario, che è sorprendente.

Ho l’impressione che il riconoscimento permei la zona e sono sicuro che anche a me, quando sfreccio davanti alla chiesa, c’è della gente che viene nell’altro senso, mi guarda e mi riconosce.

Comunque domani è martedì e vado a verificare.

 

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Uscendo dal Whitney Museum

Dopo Scrim Veil-Black Rectangle-Natural Light (vedi il post del 21 luglio), appena sei fuori dal museo, il mondo lo vedi attraverso un reticolo di linee perpendicolari. È una schacchiera mutevole a seconda degli oggetti o della tua posizione, con le cose scivolano da una casella all’altra man mano che ti sposti e cambi prospettiva.

Si tratti dei tavolini di McDonalds, degli angoli dei marciapiedi o delle file di finestre sulle facciate dei palazzi, ogni cosa finisce al suo posto.

Allora pensi che per Robert Irwin sia andata al contrario. Deve aver deciso di sintetizzare in un’opera d’arte l’esperienza di vivere dentro un mondo a celle rettangolari.

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 È stato un gesto tipicamente americano. Dalla pianta stradale delle città alla carta geografica della nazione, gli Stati Uniti sono un paese senza curve. L’hanno progettato come se la natura non esistesse. Basta dare un’occhiata alla mappa delle Interstate, le autostrade federali costruite negli anni 50 del Novecento durante la presidenza Eishenower, dove la generale quadratura del mondo è rotta solo dall’eccezione di qualche linea diagonale.


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Per fare un altro esempio, a guardare i quadri di Edward Hopper, viene da pensare che li abbia dipinti uno che pativa la prigionia dell’angolo retto. O forse, al contrario, era lui che costruiva carceri cartesiane dove rinchiudere le forme sinuose del corpo della donna.

 

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Invece Steve Job (uso questo nome per indicare, nella sua forma pubblica, il cervello collettivo dei progettisti della Apple), un americano che è riuscito a immaginarsi un computer ad angoli arrotondati, allora qui hanno ragione a credere che sia stato un genio della forza di Leonardo.

L’arte concettuale vale perché innesta un processo di riflessione sulla storia del mondo, vista come sequenza, appunto, di concetti. Se sei un europeo ed esci da Scrim Veil, dopo un po’ che ti godi la scacchiera di Manhattan, vai per forza a pensare al paesaggio del tuo continente, al Medio Evo, alla strada che non squadra il territorio ma vi aderisce.

Però è evidente che dopo qualche giorno ti passa e torni a muoverti fra i vari rettangolini della tua vita senza farci più caso. Te ne rimane dentro la consapevolezza, ma smetti di pensarci.

Ma come farà chi dentro Scrim Veil ci deve vivere tutto il giorno per due mesi di seguito? Un custode del museo, sempre lì a stare attento che i visitatori si comportino bene, che nessuno gridi di claustrofobia, si appenda al velo o si sdrai per terra ad ammirarne un’inconsueta prospettiva, come si sentirà la sera, tornando a casa? Dopo otto ore a vedere rettangoli sdoppiarsi e dimezzarsi, le cose disfarsi dietro un velo e una mannaia nera affettare il mondo, una volta in cucina, resterà incantato a fissare i cassetti della credenza, il profilo del tavolo e i quadrati delle sedie tutt’intorno? O invece cercherà  un po’ di sollievo nel fondo di una lattina di coca-cola, nel cerchio di un tegame o nel manico curvo di una tazzina?

Non so se ci sono studi scientifici in proposito, o più in generale sull’alienazione e le malattie professionali da lavoro salariato in ambiente artistico. Ma è sempre giusto tener presente che il piacere di uno molte volte nasconde il dolore dell’altro.

Questa riflessione la faccio ogni volta che entro in una bottega di stoccafisso.

È il mio piatto preferito e sempre ringrazio i miei, cattolici praticanti, abituati, specialmente d’inverno, a osservare il venerdì di magro mettendolo in tavola con contorno di patate.

Ma l’odore dello stocco è tremendo. Non si tratta di un vero e proprio fetore, chiaramente disgustoso, ma di un’essenza pungente che penetra nelle molecole dell’aria e le fa sue: un deodorante al contrario, un odorante. Come faranno a toglierselo dalla pelle quelli che ci vivono dentro, padroni e salariati dell’industria dello stoccafisso?

Ecco, per chi lavora nei musei, dev’essere lo stesso: l‘odore dell’arte, ad avercelo fra la camicia e l’epidermide, invece che respirarlo per un paio d’ore, al massimo, come facciamo noi visitatori, viene da non uscire più dalla doccia solo per smettere di sentirselo addosso.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Una visita al Whitney Museum

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Scrim Veil —Black Rectangle — Natural Light è un’installazione di Robert Irwin, che dal 27 giugno al 1 settembre è esposta al Whitney Museum di New York.

Si sale in ascensore al quarto piano e ci si entra dentro. Si tratta dell’intera sala, un rettangolo lungo trenta metri, largo venti e alto cinque. Il pavimento è di ardesia nera, il soffitto a cassettoni è marrone scuro, le pareti sono bianche. La luce arriva da un finestrone che si apre su uno dei lati corti.

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L’intera stanza è tagliata in due, nel senso della lunghezza, da un velo in poliestere semitrasparente che dal soffitto scende fino all’altezza di un po’ meno di due metri dal suolo.

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Il bordo inferiore del velo, una decina di centimetri, è in tessuto nero.

Alla stessa altezza da terra, sulle quattro pareti della sala, è stata dipinta una striscia nera alta quanto quella che corre lungo il fondo del velo.

Se un osservatore alto come me (uno e ottanta), o forse come Irwin, si sistema su uno dei lati lunghi della stanza in modo da gettare lo sguardo verso l’interno, allora basta che pieghi o distenda un po’ le ginocchia per modificare l’allineamento fra il bordo nero del poliestere e quello dipinto sui muri .

Quando gli occhi di chi guarda, la striscia del fondo del velo e quella sulle pareti si trovano sullo stesso piano la sala si dimezza di colpo e diventa impossibile capire se il velo scenda dall’alto verso il basso oppure corra in avanti. Nella generale semitrasparenza l’intero ambiente è ricoperto da una specie di garza.

3.jpgSe invece ci si sistema su uno dei lati corti, proprio ad un estremo della cortina in polyestere, e guarda la stanza, vede una gigantesca mannaia affettare in due lo spazio.

Ma basta fare un passo laterale e la stanza si trasforma in un rettangolo allungato che pare una striscia tanta è la sua inaspetta4.jpgta profondità.

 Se questa mossa uno la fa lungo la parete fronteggiata in fondo dalla finestra, vede tutto lo spazio risucchiato via verso la fonte luminosa, che non sembra dare luce ma assorbirla.

Lavorando con tre soli elementi (il velo, il rettangolo e la luce del titolo) Irwin ci fa pensare a quanti spazi siano possibili all’interno del gioco delle tre dimensioni. È un ventaglio di opportunità che nel quotidiano ci sfugge, perché degli ambienti in cui ci muoviamo diamo per scontate sia la forma sia la maniera di interagire con noi.

Queste aperture si rivelano ancora più ricche se uno pensa che la sala di “Scrim Veil” non è vuota come finora l’ho presentata: è riempita dagli altri visitatori, che spontandosi nella sala la picchiettano con la loro presenza. Sia che scappi via in avanti sia che venga avvolto da un velo, lo spazio, ogni volta che incontra una sagoma umana,  ci si rapprende attorno. Dal momento che queste operazioni avvengono nel tempo, le dimensioni in gioco sono in realtà quattro.

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Se artista è chi possiede una percezione della realtà diversa da quella che regna negli spazi quotidiani, l’installazione di Robert Irwin ci regala un’esperienza dell’arte dal punto di vista di chi la crea. È come se per dieci minuti ci ritrovassimo nella posizione di Michelangelo, quando pensava allo spazio del cielo infinito e all’incontro del dito di Dio con quello di Adamo.

Ma se ci rendiamo conto di come si sia noi visitatori di “Scrim Veil” a modificare lo spazio dell’opera per gli altri osservatori, la faccenda si fa vertiginosa: diventiamo una specie di Adamo che mentre gli altri (Michelangelo e il pubblico che giù in basso affolla la Cappella Sistina) lo osservano, può lanciare lo sguardo verso Dio, Eva e gli angeli del Paradiso.

Forse è perché dà le vertigini che a Scrim Veil — Black Rectangle — Natural Light è permesso di durare così poco. Esposta per tre mesi nel 1977, è tornata al mondo soltanto quest’anno, ma sol per due mesi. Di fronte alla permanenza degli affreschi di Michelangelo l’arte concettuale deve restare evanescenza.

 

 

 

 

 

 

 



 

 

 

 

 

 

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Test

“Oggi spesso ci capita di vedere che un’espressione che designa un concetto in maniera ben precisa viene disdegnata, e se ne preferisce un’altra che, magari soltanto perché appartiene a una lingua straniera, avvolge il concetto nella nebbia, e perciò suona più edificante”. Questo è Hegel, nella prefazione alla Fenomenologia, tradotto da Gianluca Garelli.

Teniamo presente Hegel e andiamo sul sito web di gente che,  a guardare il nome che si sono dati, “Istituto nazionale per la valutazione del sistema educativo di istruzione e di formazione” (INVALSI), dovrebbe essere intelligentissima. Per quanto riguarda le sue attività, si legge che l’INVALSI effettua “verifiche periodiche e sistematiche sulle conoscenze e abilità degli studenti”, gestisce il Sistema Nazionale di Valutazione” (SNV) e compie “le rilevazione necessarie per la valutazione del valore aggiunto realizzato dalle scuole”.

L’ultimo punto non è chiarissimo, ma capita a tutti di farsi prendere dalla foga del discorso. Comunque, in parole povere, l’INVALSI prepara, distribuisce e valuta i quiz che dovrebbero dare una misura oggettiva della preparazione degli studenti italiani. Si tratta di un processo che è andato parecchio avanti in pochi anni, tant’è vero che il quiz INVALSI fa già parte delle prove d’esame alla fine della terza media.

Dico subito che questa gente non la sopporto. La scuola costruita sui quiz è quella degli Stati Uniti, non esattamente una delle migliori del mondo per quanto riguarda elementari, medie e licei. Utilizzati per valutare la produttività delle scuole, e il relativo accesso ai fondi pubblici, i quiz forzano gli insegnanti a lavorare per i test. L’effetto sugli studenti è ancora peggiore. Con l’immediata furbizia che si prende a scuola, i ragazzi imparano in fretta a studiare in maniera da passare i quiz: per esempio, se hanno un testo da leggere, capiscono subito quali sono i passaggi trasformabili in domande e leggono solo quelli.

Mi domando se sia così difficile, per gente come questi dell’INVALSI, che sicuramente negli Stati Uniti ci sono venuti, rendersi conto di come vanno le cose nelle scuole di qui. Mi chiedo com’è possibile arrivare in un posto, ignorare le cose buone e prendere il peggio.

Mia figlia, che ha fatto le scuole in California, ne è uscita con due abilità: sa scrivere a macchina con dieci dita e sa organizzare le sue idee in un testo scritto, con tesi, argomento e conclusione. Non mi sembrano due cose da poco, compreso lo scrivere a macchina in un’epoca dove la tastiera sta fra noi ed il mondo. Aggiungerei anche che in Italia nella maggior parte degli uffici si vede solo gente che batte a macchina con due dita.

Eppure a quelli dell’INVALSI non gli è venuto in mente di chiedere come si fa a insegnare la dattilografia agli studenti, no, erano troppo occupati ad trasportare quiz e test attraverso l’Atlantico. Gente così, a me sembra che  lo facciano apposta per rovinare la vita al prossimo. Messi davanti alle possibilità (A), (B) e (C), dove a ognuna delle lettere corrisponde una determinata pratica educativa da importare in Italia, loro scelgono quella che possa dare più fastidio a insegnanti e studenti.

Cosa c’entra Hegel? Ve lo dico subito. Aprite con me la pagina INVALSI della “Griglia di correzione della prova nazionale 2013″, prova di Matematica, prima riga: “Il fascicolo di Matematica si compone di 28 domande, alcune delle quali sono costituite da più di un item.” C’è ovviamente bisogno di una nota a piè di pagina per spiegare cosa sia un item: è un quesito. Ci sono quindi domande semplici, con un solo quesito, e domande articolate che ne hanno di più.

Perché scrivere item, a costo di metterlo in corsivo e di aggiungerci una nota, quando si poteva chiamarlo subito quesito e basta?

a) Perché chi ha scritto la griglia fa parte delle classi dirigenti italiane, da sempre in cerca presso lo straniero della legittimità che non trovano in patria

b) Perché chi ha scritto la griglia è scemo

c) Perché chi ha scritto la griglia lo pagano un tanto a parola

d) Tutte e tre le risposte, (a), (b) e (c), sono giuste.

 


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Un partido trepidante

Voglio spendere due righe per consigliare la cronaca calcistica di El País a chiunque conosca un po’ lo spagnolo e abbia passione per la scrittura e il calcio.


Sul sito web del quotidiano gli articoli sono firmati da giornalisti diversi ma lo stile è identico: una lingua dal forte impasto tecnico (marcature, contropiedi, corner, colpi di testa…), che è colta da imprevedibili cambi di registro quando si confronta con gli stati d’animo. Si tratta ogni volta di salti d’espressione affidati ad aggettivi emozionali, allegro, sfacciato, letargico, o a metafore temerarie.


Il Brasile messo in campo da Solari in questa Confederation Cup è “metallurgico”. Il primo tempo di Brasile Italia è stato “una trama di cenere”, mentre la sostituzione di Neymar serve alla squadra per “guadagnare cemento”. Poi si passa a un sublime colpo di tacco di Balotelli e al labirintico scorrere del gioco, mentre gli incontri storici fra le due nazionali, quelli del ’38 e del ’70, sono partite incunaboli, nel senso dei primi caratteri a stampa.


La tensione della lingua si spiega con la difficoltà di descrivere un oggetto inafferrabile, la partita. La cronaca calcistica non racconta tanto il confronto tecnico e atletico fra due squadre, nonché quello tattico fra due allenatori, quanto il manifestarsi nel tempo della partita. Come una persona durante un tratto di vita, per novanta minuti la partita si apre sul mondo. In quell’ora e mezza la partita, non non chi la gioca in campo o la guarda dagli spalti, passa dalla gioia alla disperazione, dall’esaltazione allo sconforto. Come la smorfia o il socchiudere degli occhi di un attore, i giocatori ed i tecnici sono gli strumenti espressivi impugnati dalla partita per comunicare con l’esterno.


Italia Giappone di tre giorni fa è stata un alternarsi di allegria, innocenza, sorpresa e spietatezza. A un certo punto gli azzuri entrano in un brutto sogno, quello di una sconfitta vergognosa, ma ne escono fuori grazie al vecchio olfatto per il colpo vincente: e tanto amore per il gioco (da parte giapponese) non fu premiato. Non c’è connessione logica fra quel che accade durante i novanta minuti dell’incontro ed il suo esito: la cifra della partita è l’inspiegabile. Questo è il punto chiave.

 

La tensione delle metafore e la fioritura degli aggettivi nella cronaca calcistica del País si spiegano così:  sono le marche linguistiche dello stato d’ansia di chi, per dovere professionale, deve tradurre in lingua qualcosa che per definizione non se lo lascia fare: il mistero.


Resta solo da chiedersi se i cronisti del País la vedono davvero come un mistero la partita, o se invece ci provano con tutte le loro forze a farlo credere ai loro lettori. Ho cercato di pensarci su, ma non so ancora quale preferire fra le due ipotesi.

 





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Didattica

Allora vediamo un po’.

In vent’anni,

in ordine sparso,

ho insegnato:

lingue varie,

Italiano

Francese

Spagnolo.

Poi dei corsi dai nomi clamorosi

tipo

Il lato comico della tragedia

L’esperienza culturale italiana, I, II, III

La letteratura argentina degli anni ’70

La nascita del capitalismo

Il cinema italiano dal 1960 in poi

Ma il mio favorito rimane

College 101 (uan ouh uan)

dove ho spiegato

alle matricole

i rudimenti di vita

universitaria:

andare a lezione

arrivare in orario

non fare troppi debiti

proteggersi durante i rapporti sexsuali.

Nei corsi di cui sopra

ho parlato

di un mucchio di libri.

Per esempio

I narratori delle piaure

Se questo è un uomo

El beso de la  mujer araña

Elias Portolu

La Commedia

L’Orlando furioso

Il podere

Il cuore

Sostiene Pereira

Il Principe

la vita di Fausto Coppi,

di Gianni Brera,

La città del sole

Il cavaliere inesistente

Jack Frusciante

La colonna infame

Pinocchio

e ora basta.

Per vent’anni

ho fatto il tassista.

Sono venuti a frotte

a sedersi

nelle mie classi

poi sono scesi

e andati via

per i fatti loro.

Ma anche i libri

che avevo in testa

a forza di diventare

trame, personaggi, significato storico,

ideologia, strutture  narrative

e linguistiche

hanno perso il sugo

e tagliato la corda

piano piano.

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New York, Genova, Marsiglia

Com’è noto M. aveva passato quattro anni a Syosset, nella contea di Suffolk. A ottobre si era trasferito in città, ad Astoria, nel Queens. Ogni giorno, anche se non succedeva niente, rappresentava una novità. Il 24 febbraio, tanto per prenderne uno a caso, era stata la prima volta che lo passava a New York City. L’anno dopo non sarebbe stato più così.

Però il 21 maggio qualcosa di speciale l’aveva portato. Di colpo era arrivato il caldo, con un’afa come d’agosto. Se n’era reso conto di colpo quando al rientro dal lavoro aveva parcheggiato la macchina e si era avviato lungo il viale che andava verso casa.

Le foglie tremavano un pochino e la luce gli si sfarinava intorno. La gente camminava tra gli alberi e i muri delle case in cerca di una striscia d’ombra. Quelle foglie sfarfallavano in una maniera inconfondibile e anche la luce gli si disfaceva tutta in giro secondo un piano preordinato che M. doveva averlo già visto da qualche parte.

Per scacciare quell’idea si è messo a guardare con attenzione le persone che cercavano di sfuggire al calore del sole. Si vedeva che avevano caldo come ce l’hanno quelli di New York, intanto che la luce si comportava come fa a New York e lo stesso per i rami degli alberi.

Ogni volta che comincia l’estate a New York i passanti si muovono in quel modo e ci sono quella luce e quelle foglie.

Era come in caserma il 2 giugno che per regolamento tutti erano usciti dalle camerate con addosso l’uniforme estiva. Tutte le cose avevano messo su la divisa dell’estate, ma non una qualsiasi, era quella specifica di New York. Perché a Chicago, San Diego o Baltimora c’era tutto un altro movimento e una luce diversa.

Quando aveva vent’anni, una volta era andato a Marsiglia. Non era mai stato all’estero e camminando per la strada si era reso conto che le persone gli passavano a fianco, si scansavano e lo sfioravano di spalla come se lui fosse di Marsiglia. Lo trattavano proprio in maniera normale. Quella gente viveva in un’ignoranza totale. Non si capacitavano nemmeno di essere di Marsiglia, anzi era evidente che credevano di essere tipi qualunque che andavano a comprarsi il pane e il giornale. Non vedevano che lo stavano facendo a Marsiglia. L’unico che lo capiva era M.

Un anno aveva insegnato a Colorado Springs. Il 13 febbraio aveva preso un volo Luftansa a Denver e in una quindicina di ore, compreso uno scalo a Monaco di Baviera, era sceso all’aeroporto Cristoforo Colombo. Non c’era traffico e in venti minuti il taxi lo aveva depositato in piazza Caricamento a due passi da casa.

La gente si muoveva in tutte le direzioni. Chi andava verso l’Acquario, chi a Sottoripa, chi correva per prendere l’autobus e chi si fumava una sigaretta. Nessuno si accorgeva che M. era appena arrivato da Colorado Springs. D’altra parte non si rendevano nemmeno conto di essere di Genova.



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Bilanci

 

Questa mattina

ho sentito un tizio alla radio

il segretario comunale di Moore,

Oklahoma,

devastatata

quattro giorni fa

da un tornado,

il terzo in quindici anni,

un fatto che la scienza

non riesce a spiegare.

 

Diceva che nella scuola

dove sono morti sette bambini

non avevano costruito un rifugio,

a prova di tornado,

perché, quando si fanno

i bilanci,

non si sa

quanto costino

le vite,

ma i lavori nelle scuole

quelli sì.

 

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